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| 14 de marzo di 2004 |
No pasarán
La Insignia. Spagna, 12 di marzo. Traduzione per Biblaria-blog di Chiara Berlinzani
Santa Eugenia, el Pozo: Vallecas. Sono nomi che per me hanno un valore speciale: sono cresciuto con loro, in strade che allora erano di capanne bianche e che oggi sono di torri di mattoni. Sono i nomi della partita di calcio con gli amici, dei giochi, dei primi amori, della povertà circostante, dell'ira che nasce dall'ingiustizia e della rabbia che rimane, benché passino gli anni, come un rumore permanente che non si può cancellare, che non consente il silenzio. E tuttavia è anche, e prima di ogni altra considerazione, la scuola della solidarietà e dell'impegno che riempiva le nostre vite grazie all'esempio di tanti sindacalisti, militanti, vicini di casa e persino sacerdoti come José María Llanos, gesuita e comunista.
San José, il mio quartiere, si trovava sulla parte più alta di un promontorio dal quale si poteva vedere la città. A volte ci sedevamo in uno spiazzo all'aperto che oggi non esiste più e contemplavamo Madrid - io, almeno, lo facevo - con l'intenso anelo di sostituire i ratti, il fango, l'emarginazione e le discariche con il cielo della Gran Vía e i vicoletti di los Austrias. La porta di quel sogno era, e naturalmente continua a essere, Atocha; quella piazzola, piazza vera e propria o estensione indefinibile che non associamo mai all'omonima strada che arriva fino alla vecchia stazione. In un certo senso, lì cominciava il mondo. E quando crescemmo, non ci fu bisogno che nessuno ci spiegasse da dove venivamo né cosa avremmo potuto aspettarci: Atocha è l'immigrazione, Madrid allo stato puro, un caos quotidiano di studenti, venditori, lavoratori di Alcalá, Guadalajara, Villaverde, viaggiatori del Sud, borsaioli pronti ad assalire il turista in arrivo, librai a Moyano e sballati vicino al Reina Sofía. Spero che mi perdoniate il preambolo, giustificato non tanto dall'emergere di ricordi ed emozioni a volte eccessivi, quanto dalla necessità di situare il massacro nel suo ambito specifico. Che i terroristi sapessero perfettamente quel che stavano facendo e che abbiano probabilmente deplorato solo il fatto di non aver provocato una carneficina peggiore, è lampante; occorre però sottolineare che i luoghi prescelti, il dove, sono altrettanto poco casuali che il cosa e il quando: quartieri operai, morti indiscriminate, penultimo giorno di campagna elettorale. All'ora in cui scrivo la matrice degli attentati non è ancora stata confermata, e tuttavia questa circostanza non cela in alcun modo la profonda identità della barbarie, il medesimo carattere di fascismo - per quanto si presenti sotto bandiere diverse - e il cinismo di coloro che procurano o giustificano la morte. Il resto, il suo aspetto esteriore, la causa che sostengono, è in questo senso irrilevante. Che tutti gli Otegi e i loro seguaci in mimetica dichiarino quello che vogliono a Gara e La Jornada, che si archivino i dossier negli uffici dove venne creato Bin Laden, che prosegua la congiura degli stupidi dai pulpiti di una certa stampa «alternativa» che, nonostante i fatti e contro ogni ragionevolezza, continua ancora a sprecare fiumi di inchiostro per giustificare i carnefici e ripetere pateticamente che, questa volta, i suoi segugi non c'entrano. Che cosa distingue un fascista da un altro - un assassino da un altro? Se credete che siano domande retoriche o che si limitino a invocare la evidente immoralità di qualunque forma di terrorismo, vi sbagliate. Sia ETA che Al Qaeda sono organizzazioni per le quali calza perfettamente la definizione di quello che una volta si chiamava terrorismo "nero" per contrapposizione ad altre forme della stessa follia. Si equivocherebbe chi si lasciasse confondere dagli obiettivi che dichiarano di perseguire e dal linguaggio che utilizzano, benché la maggioranza dei loro militanti creda - e lo crede davvero, come il torturatore crede al suo capo - di lottare contro l'imperialismo yankee o in nome di una falsa e patetica Euskal Herria di soli baschi. Tuttavia, visto che a qualcuno sembra interessare, cerchiamo pure di individuare qualche differenza tra le due sigle. E dopo, mi si permetta di rivolgere qualche parola a un settore specifico di persone, per lo più benintenzionate, che con la loro ignoranza dei fatti stanno contribuendo a perpetuare il bagno di sangue nel mio paese. Se gli autori dell'attentato di Madrid appartengono all'area o alla struttura di Al Qaeda, soffermatevi un attimo a riconsiderare quel che dicevo poc'anzi: i dettagli principali sono di carattere "interno" (i luoghi, la data) e non sono stati scelti sulla base di alcuna simbologia "esterna" o associata a grandi centri di potere (come accadde invece per le Torri gemelle). Al contrario, i terroristi hanno optato per la rete di sobborghi di popolazioni e quartieri di lavoratori che rappresentano, non dimenticatevelo, i bastioni tradizionali del movimento operaio e della sinistra. Per essere un semplice gruppo di fondamentalisti, hanno dimostrato una curiosa conoscenza della geografia economica di Madrid e una non meno interessante volontà di influenzare le elezioni generali di un paese politicamente di secondo piano, ma che accomuna due fattori molto noti nel mondo arabo: essere il paese che più si è mobilitato contro le invasioni di Afghanistan e Irak, e anche, storicamente, il più solidale d'Europa con la causa palestinese. Terrorismo nero, dicevo - e insisto. Inoltre, rispetto all'intenzionalità di fondo, non si può nemmeno escludere che persone vicine agli ambienti dell'ETA abbiano deciso di allargare il proprio circolo di amicizie. La seconda ipotesi, quella della responsabilità della banda di ultranazionalisti baschi, può sorprendere solo quegli osservatori che non si siano resi conto di quello che sta realmente accadendo in Spagna. Disgraziatamente, questa non sarebbe la prima volta che l'ETA compie attentati indiscriminati nel mio paese, né che cerchi di provocare il più alto numero di morti, come ben ricordano i familiari e gli amici delle vittime di Hipercor. Bisogna anche aggiungere che le sue azioni si iscrivono in una strategia poco vistosa a corto termine, ma più efficace sul medio e lungo periodo, strategia che potrebbe essere definita come una guerra di basso profilo condotta proprio contro la popolazione civile: una sorta di "pulizia culturale" che tocca i cittadini baschi critici e i loro rappresentanti politici, sindacali e accademici e che si basa su una rete di minacce, estorsioni, persecuzioni e attentati minori. La ferocia dell'ETA non si esaurisce nelle migliaia di morti e nelle decine di migliaia di feriti. La sua ferocia mostra una virulenza ancora maggiore, se necessario, attraverso l'esodo forzato di un segmento molto esteso della società basca e nella diffusione di una paura che la paralizza. La Spagna non ha bisogno di lezioni altrui sul terrorismo. Molto prima degli attentati dell'11 settembre, prima del mondo costruito all'interno delle ambasciate degli Stati Uniti e di Israele e dei giochi condotti dal Fondo Monetario Internazionale sulla pelle di intere nazioni, noi contavamo già i morti. Uno dei ricordi più vividi della mia infanzia fu l'assassinio di un giovane poliziotto compiuto a pochi metri da casa mia, quando - spiace dirlo - il dittatore era già morto e il mio paese era tornato sul cammino di quella democratica poi distrutta nel 1939. Noi spagnoli viviamo da decenni sotto la minaccia del terrorismo e, fino a pochissimo tempo fa, eravamo completamente soli. Come responsabile di un periodico iberoamericano, che crede con il cuore e la ragione alla "patria grande" e soprattutto al vecchio motto "patria è umanità" di José Martí - grazie per le tue parole, Guillermo - non posso ignorare le responsabilità morale di certi settori della sinistra latinoamericana che proteggono e giustificano gli assassini e i loro complici, che prestano loro i propri mezzi di comunicazione, le proprie strutture organizzative e persino le proprie voci. Giorno dopo giorno dobbiamo sopportare, con indignazione e paura, la massa di spropositi e assurdità vomitati da questi fini analisti nonché grandi conoscitori della realtà spagnola. A volte sono direttamente manipolati da gente che si trova da questo stesso lato dell'Atlantico e i loro fili sono talmente visibili che più che marionette sembrano caricature. A volte, quasi sempre, parlano tanto per parlare. A tutti, comunque, io auguro sinceramente che i loro paesi, i loro quartieri e le loro case non si ritrovino mai a subire la stessa sorte della Spagna. Tra i lettori che hanno avuto la condiscendenza di giungere sino a qui, saranno ben pochi quelli che non siano coscienti dell'offensiva politica ed economica che il mondo sta subendo dopo il crollo dell'URSS e la sconfitta della sinistra; ma il loro numero sarà probabilmente ancora inferiore quando il suo reale impatto sarà rivelato. Che si sveglino, che smettano di perdersi in discussioni identitarie e in nazionalismi di corta veduta costruiti su misura per loro da quelli di sempre. Qui non si tratta solo di distruggere le conquiste sociali là dove furono espugnate, né di sottrarre spazi attraverso la speculazione e lo sfruttamento. Qui si cerca di distruggere il concetto stesso di democrazia, svuotandolo di contenuto; vogliono smantellare l'edificio del diritto e ricacciarci in una infanzia storica di stati deboli, divisioni e tribù. Perché credete che il terrorismo di oggi assomigli tanto al vecchio terrorismo dell'estrema destra italiana? Avete davvero creduto che, quando l'Impero destabilizza il Vicino Oriente, lo fa per il petrolio? Chi ha finanziato il fondamentalismo islamico per eliminare la sinistra laica dei paesi musulmani? Se riuscirete ad allargare il campo visuale, se comincerete a pensare come esseri umani e cittadini di un mondo che va al di là delle vostre anguste frontiere nazionali e dei vostri ombelichi, vedrete allora che Al Qaeda e ETA sono due tasselli della stessa strategia, che partecipano al medesimo gioco. Il mio paese è in lutto. Né i comunicati stampa né i bollettini né la informazione che inonda i mezzi di comunicazione riesce a descrivere l'orrore di un mattino di marzo che avrebbe dovuto essere un giorno qualunque. All'inizio parlavo di ira, di rabbia, di impegno, e a questi torno ad appellarmi affinché noi spagnoli possiamo rispondere in massa alle urne domenica prossima. E tuttavia, qualunque cosa succeda, resta il dolore, la solidarietà e la forza di questa città, Madrid, che non è mai fuggita, in tutta la sua storia e a differenza di altre, di fronte a nessun nemico. E oggi, come ieri, no pasarán. |
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